L’intervista: Paolo Condò

L’intervista ad uno dei volti più noti del giornalismo sportivo italiano

Esperienza e sguardo rivolto sempre al futuro. Caratteristiche per nulla banali, che mai dovrebbero essere date per scontate, tratti che disegnano perfettamente il suo io, e ingredienti fondamentali di una ricetta che esalta la sua intelligenza e che lo ha saputo portare al successo. Paolo Condò è uno dei pochi giornalisti, se non il solo, a portar con sé un’aura che sa quasi di leggenda. D’altronde dalla sua ha un curriculum che parla per lui: 7 mondiali e 5 europei di calcio, 2 olimpiadi e il diritto al voto in un’elezione che non ammette alcun tipo di suffragio universale, quella per il Pallone d’Oro. Per anni firma di punta della Gazzetta dello Sport è oggi uno dei volti noti di Sky Sport. In una piacevole intervista ha raccontato il “suo” sport, spaziando dai temi che occupano le pagine di attualità a quelli che fan parte dell’enorme bagaglio che porta con sé, e che spesso apre per allietare la fame dei curiosi più incalliti.

Come si potrebbe descrivere il personaggio “Condò”?

«Non mi sento affatto un personaggio (ride, ndr), sono un giornalista che ha avuto un discreto successo. Frutto sicuramente dei tanti anni che ho passato in giro per il mondo che mi hanno arricchito, ho lavorato per tanto tempo per La Gazzetta dello Sport, e arrivato ad una certa età ho trasformato quest’esperienza in commento. È un qualcosa che dovrebbero fare tutti i ragazzi ed un tema che ho molto a cuore. Quando si è giovani occorre fare tanta esperienza e dopo saperla trasformare, solo in questo modo si può diventare “commentatori”».

Lei crede nei giovani?

«Decisamente sì. Ho due figli, come potrei non crederci. Penso che sia un pensiero implicito che accomuna tutti i genitori».

E che futuro vede per loro? Anche per chi vuole intraprendere una carriera giornalistica…

«Il futuro è sicuramente più difficile rispetto a ciò che era per i ragazzi della mia generazione. Mancano alcune certezze, quando ho iniziato ci si poneva l’obbiettivo di ottenere un posto fisso. Nel mio caso accadde a “Il Piccolo” a Trieste. In quegli anni, gli ’80, c’erano diverse possibilità, al giorno d’oggi è raro che una collaborazione si possa poi trasformare in un’assunzione, ci sono però delle opportunità che i giovani devono saper cogliere, visto il proliferare di numerosi siti internet e di posizioni lavorative all’interno del mondo della comunicazione, che non per forza fanno riferimento al giornalista sportivo tradizionale».

Sono anche cambiate le competenze…

«Esatto. Ti faccio un esempio, quando arrivai alla Gazzetta, quasi nessuno dei giornalisti “senior” sapeva l’inglese, quando andavano in giro per il mondo cercavano sempre sulle cartine delle città dei ristoranti italiani e qualcuno che capisse l’italiano. La maggior parte di loro aveva un inglese scolastico. Ora è impensabile che un giovane non sappia l’inglese. Sono entrato alla Gazzetta che parlavo inglese a livello scolastico, ora oltre ad averne migliorato il livello so parlare anche lo spagnolo e qualcosa di francese e portoghese. Tra le conoscenze che un giovane giornalista sportivo deve possedere rientrano anche quelle di natura economica, saper leggere un bilancio, conoscere l’economia, essenziale quando si parla di argomenti come il calciomercato. Il momento odierno del giornalismo sportivo è particolare: non è mai esistita così tanta concorrenza per un mestiere così in crisi. Su twitter ho molto seguito, ed è incredibile come un ragazzo su cinque sia o un giornalista o in qualche modo legato a delle collaborazioni, sui siti online per esempio».

Pensa che l’aumento dei siti online sia un qualcosa di positivo per il giornalismo sportivo italiano? La gente è ancora disposta a pagare per ottenere una notizia?

«Penso sia fondamentale differenziare i canali informativi, distinguendo quelli tradizionali da quelli online. L’aumento di queste piattaforme condiziona anche il mercato del lavoro. Se prima ad un giornalista veniva chiesto un determinato numero di pezzi, e soprattuto una redazione poteva contare su un determinato numero di giornalisti, ora quelle cifre si sono dimezzate. Certo è che la gente vorrà sempre essere informata, l’informazione di qualità sarà sempre pagata, ci sarà sempre bisogno, e chi sarà disposto a pagare per un’informazione di qualità sarà meglio informato. Per quanto riguarda tutti gli aspiranti giornalisti penso ci sarà una selezione naturale, solo quelli validi riusciranno a mantenersi con questa professione, molto dipenderà dalle disponibilità economiche e dai sacrifici che le famiglie di questi potranno affrontare. Chi arrivato ad una certa non riesce a sostentarsi con questo lavoro è giusto che si dedichi ad altro».

Parlando dei giorni di quarantena che stiamo vivendo, vista la sua esperienza, aveva mai assistito ad una situazione come questa?

«Mai nulla di questa portata. Forse qualcosa durante gli anni di piombo e del terrorismo, ci fu l’episodio della strage di Monaco che fece saltare le Olimpiadi, ma poi nulla di più. Basti pensare che quando ci fu l’attacco alle Torri Gemelle la sera stessa si giocò comunque in Champions League, si sospesero solo le partite del giorno dopo, non ci fu reattività nemmeno in quel caso. Questa situazione non ha precedenti». 

Crede che oggi le autorità del calcio abbiano preso i giusti provvedimenti?

«Non saprei. Forse si poteva avere una reattività superiore, c’è da dire che siamo stati i primi a sospendere le gare e tutti ci hanno seguito. Ci siamo resi conto dopo della portata di questa epidemia. Quando facciamo riferimento al calcio non stiamo parlando di un’organizzazione come l’NBA, in cui una sola persona prende le decisioni. Ma parliamo di assemblee, di gruppi, in cui tutti quanti hanno interessi contrastanti, tanti hanno spinto per andare avanti, soprattutto chi aveva interessi di classifica».

In alcuni casi hanno prevalso gli interessi economici?

«È stato difficile conciliare le ragioni economiche e quelle sportive. Penso a Beppe Sala, sindaco di Milano per cui nutro una forte stima. È incappato in una scemenza, quando ha esortato i cittadini a non aver paura e far ripartire Milano. Ha agito senza avere la percezione completa di cos’è il Coronavirus, provando ad integrare la salute con l’economia. Quando finirà il contagio ci troveremo difronte un’economia a pezzi, e un movimento come lo sport che muove una quantità esorbitante di denaro non può che recitare la sua parte in questo triste scenario». 

Voltiamo totalmente pagina, una persona con cui condivide, oltre alla firma sulla sua biografia, un legame forte, è Francesco Totti. Crede che con l’avvento della nuova proprietà a Roma possa esserci un nuovo ruolo per l’ex capitano giallorosso?

«È prematuro parlare del suo futuro nella nuova società. Visto anche lo slittamento di un cambio societario che sembrava dovesse esser imminente e invece sta subendo dei rallentamenti, penso anche per via del contagio. Sia Totti che De Rossi sono delle figure legate indissolubilmente alla Roma, ma credo bisogni anche affidargli dei ruoli di rilievo. Non possono essere tenuti in società issati come bandiere. Per Francesco ho trovato apprezzabile il fatto che si sia allontanato dalla società, nella quale non riusciva ad esprimersi nel ruolo dirigenziale affidatogli. Certo è che faccio fatica a vedere Totti e De Rossi senza la Roma». 

Un’altra bandiera per cui ha espresso parole di stima è Gigi Riva, in una puntata di Sky Calcio Show lo battezzò suo idolo d’infanzia. Cosa rappresenta nel suo immaginario di sport?

«Gigi Riva ha una grande cosa, è stato un idolo d’infanzia, e quando l’ho conosciuto nel periodo in cui seguivo la nazionale e lui ne era il dirigente accompagnatore, non ha deluso le aspettative che avevo su di lui. Capita spesso che nel conoscere una persona che è stata per te un punto di riferimento si resti sempre deluso, poiché magari non rispetta alcune idee che ti sei fatto su di lui. Con tante figure è successo ma con Gigi no. La bellezza e la pulizia della persona hanno lasciato intatta quella che era la mia ammirazione nei suoi confronti. Penso questo basti».

Non l’ha però inserito nei 50 ritratti… (La storia del calcio in 50 ritratti – 2019, Centauria)

«Nella lista dei 50 avevo inserito 9 italiani, dovevo scegliere tra Totti e Gigi. Immagina quindi quanto potessi esser combattuto… Ho scelto Francesco solo per la vittoria del Mondiale nel 2006, Gigi purtroppo arrivò solo secondo nel 1970. Per me si equivalgono, sono entrambi due bandiere».

Parlando del suo altro amore, il basket, ha detto di preferire l’NBA poiché nel campionato italiano c’è un numero smisurato di cestisti stranieri, è vero?

«Sì. Ma non ne faccio un discorso sovranista, che è ciò di più lontano dal mio pensiero. È un discorso che applico anche al calcio. Sono un nostalgico e il calcio italiano più bello a cui abbia mai assistito è quello in cui si potevano avere solamente tre stranieri per squadra. Essendo così limitato il numero di stranieri, quelli che arrivavano in Italia erano tutti campioni. Al giorno d’oggi capita che spesso si preferiscano dei trentenni stranieri piuttosto che un giovane Italiano, il tutto è legato da ragioni economiche, d’altronde costa di più far crescere un giovane in un vivaio piuttosto che comprare uno straniero. Ci fu qualche anno fa una proposta, che sapeva quasi di dietrofront, penso fosse di Veltroni, ma oramai ci ho fatto il callo. Di questo discorso ne risentono soprattutto le squadre nazionali».

Nel basket è il caso di Milano, che fatica in campionato e in Eurolega…

«Milano ha avviato un processo di crescita e bisognerà aspettare per vederne i frutti, non bisogna concentrarsi sui risultati sportivi di questa stagione, che è di transizione, ma bisogna avere pazienza. Sulla qualità di Ettore Messina metto la mano sul fuoco».

Si ringrazia Paolo Condò per la disponibilità.

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